Prefazione dell’autore
«Questo libro è un dono che faccio a me
stesso, alla mia memoria, ai miei ricordi.
Nel mio intimo, lo considero pure un
modesto e, in qualche modo, tenero omaggio al luogo dove trovarono spazi
i sogni dell’infanzia e della giovinezza. Mi intratterrò sugli anni
dell’ultima guerra e del tristissimo dopoguerra. Quanti prenderanno in
mano questo libro vedranno perciò in primo piano il paese, e sullo
sfondo di esso lo svolgersi, in quel periodo, della sua vicenda umana
così come percepita da me, ragazzo, divenuto nel tempo giovane adulto.
Un itinerario di otto anni. Ho fermato infatti i ricordi alle prime
elezioni politiche del 18 aprile 1948, con un brevissimo e motivato
sconfinamento negli anni immediatamente successivi…».
«Nella ricostruzione dei fatti non ho
consultato fonti particolari, a parte qualche atto amministrativo e
giudiziario d’epoca».
«In talune occasioni sono stato aiutato da
preziosi documenti, molti dei quali veri e propri reperti, conservati
nell’archivio del periodico di mio padre, Le Madonie, per
festeggiare il 75º anno della fondazione del quale questo libro ha
trovato una delle sue motivazioni.
Proprio il periodico Le Madonie è
invece il prezioso amico da cui mi sono fatto accompagnare dal 1947
–data di ripresa delle pubblicazioni, iniziate nel 1921 e cessate il 16
giugno 1940 per ordini superiori- fino al successivo anno 1948».
«Mi illudo che il racconto che andrò a
fare possa interessare quanti vogliono conoscere l’anima del loro paese,
meglio espressa da quella presenza impalpabile, metafisica, fortemente
spirituale e indefinibile, che i latini significativamente chiamavano
genius loci.»
L’ho scritto «mentre ancora sono in grado,
almeno spero, di ricostruire l’atmosfera del paese che non c’è più, del
suo spirito antico, della sua configurazione socio-economica alle soglie
dell’incredibile processo di trasformazione degli ultimi cinquanta anni.
Lo faccio perché il passato, come ci
insegnano sociologi e filosofi, consente ad ognuno di noi di strutturare
“un mondo di pensiero” senza dover partire ogni volta da zero, di guisa
che i nostri pensieri sono in parte debitori della cultura in cui sono
sorti e si sono sviluppati.
Lo faccio nella ulteriore convinzione che
la memoria garantisce l’unità della nostra personalità e che chi perde
la memoria non può più cogliere i nessi che lo collegano allo spazio e
al tempo entro i quali la complessa storia della vita, quella
individuale e quella comune, ha avuto svolgimento.
Lo faccio infine perché io sono quello che
ricordo. Perché i ricordi sono tutto ciò che possiedo. E perché non ho
altro desiderio che vivere senza che essi mi abbandonino».
«Mi sentirò ampiamente gratificato se la
lettura di un qualche episodio risusciterà in qualcuno antiche emozioni.
A me è successo ripercorrendo i fatti e,
attraverso di essi, rivedendo idealmente le persone».
«Non saprò probabilmente ricostruire né
l’odore né il sapore del mio paese.
Ma mi sforzerò di comporre un affresco
quanto più possibile fedele alla mia memoria dei fatti e alla
motivazione di essi.
Succede in tante altre realtà che vecchi e
giovani vivano nella stessa geografia ma non nella stessa storia, nello
stesso spazio ma non nello stesso tempo.
Nutro grande speranza che questo non
avvenga mai a Castelbuono; e che io, con questa modesta opera, possa
contribuire a dare a vecchi e giovani del paese la consapevolezza, e
magari l’orgoglio, di essere figli della stessa madre.
Per continuare così a vivere nello stesso
spazio e nella stessa storia».
F. L.
|